STORIA DELLA STAMPA

 

 

LE ORIGINI

 

Il Medioevo è uno dei periodi più bui dell’umanità e l’alfabetizzazione è prerogativa quasi esclusiva della Chiesa. Nonostante tutto è proprio questo il periodo storico che vede la nascita dei libri più belli che il mondo abbia mai visto. Sotto la luce di lampade a olio, indossando mezzi guanti per proteggersi dal freddo, i monaci nelle abbazie si dedicavano alla creazione dei cosi detti manoscritti miniati: libri scritti a mano in cui il testo è integrato con decorazioni o illustrazioni, come iniziali e bordi decorati. Nel senso più stretto del termine, per manoscritto miniato si intende solo un testo la cui decorazione è d’oro o d’argento, tuttavia, il termine viene ora utilizzato per identificare qualsiasi manoscritto decorato. La maggior parte dei manoscritti medioevali veniva realizzato su pergamena ( di vitello, pecora o pelle di capra) all’interno degli scriptorium: ambiente dedicato alla scrittura a mano e alla copia dei manoscritti. Il direttore di uno scriptorium monastico era l’armarius che aveva il compito di procurare agli amanuensi o copisti (figure professionali di chi, per mestiere, ricopiava manoscritti) il materiale dirigendo la lavorazione. Illustrazioni e decorazioni venivano aggiunte separatamente da altri specialisti. La creazione di un manoscritto miniato richiedeva duro lavoro e spesso il testo veniva completato da copisti che si succedevano nel corso degli anni.

Solo a partire dal tardo Medioevo i manoscritti cominciarono a essere prodotti su carta e con la nascita del nuovo ceto borghese a non essere più commissionati esclusivamente

STORIA DELLA STAMPA

 

da ecclesiastici e universitari diventando strumento di lavoro in uffici, tribunali, cancellerie.

Gli storici pongono la nascita della stampa in Oriente più precisamente in Cina, infatti secondo alcune fonti uno dei primi veri manufatti stampati sarebbe una copia del libro buddista Sutra del Diamante, risalente al 848 d.C. Il metodo di stampa si perfeziona, fino ad arrivare all’inventore cinese Bi Sheng, che introdusse i caratteri mobili tra 1041 ed il 1048 d.C. Tale tecnica prevede la realizzazione di un blocco avente in testa una rappresentazione in rilievo e a rovescio di un segno tipografico. La composizione di più blocchi da origine alla matrice di un testo per la stampa. Metodo che ha il vantaggio di poter essere utilizzato per stampe diverse a patto di ridisporre i vari blocchi. Unico difetto di questa tecnica a caratteri mobili è l’estrema fragilità dei materiali, inizialmente in semplice terracotta, successivamente, in legno. Infatti solo intorno al 1200 in Corea i blocchi di caratteri passano ad essere in ferro.


GUTENBERG E LA STAMPA A CARATTERI MOBILI

 

La tecnologia impiegata in Asia potrebbe essersi diffusa in Europa attraverso le vie commerciali per l’India o per il mondo arabo, ma non si ha alcuna prova o testimonianza che Gutenberg (storicamente considerato inventore della stampa moderna) possa esser stato a conoscenza dei caratteri mobili usati

 

 

in Corea. Pertanto l’invenzione della stampa si fa comunemente risalire al 1450 ad opera del tipografo tedesco Johannes Gutenberg di Magonza.

In effetti il merito indiscusso del tipografo è stato quello di innovare i materiali. Gutenberg, memore della sua esperienza come orafo, realizza nuovi caratteri mobili sostituendo il legno ed il ferro con una lega di antimonio, stagno e piombo (metallo tenero e fondibile). Gutenberg utilizza il punzone degli orafi per creare non il singolo carattere, ma la matrice in negativo. Dalla matrice si potevano poi ricavare attraverso colature di metallo fuso i caratteri tipografici. Tale innovazione, unita alla scelta di nuovi inchiostri ad olio, non più ad acqua, e ad una rivoluzionaria concezione di pressa ispirata al torchio per l’uva, conferisce alla macchina per la stampa maggiore precisione, velocità e resistenza nel tempo.

Gutenberg poteva creare , mettendo insieme più caratteri mobili, le parole con i rispettivi spazi fino ad ottenere una linea di testo grazie a delle forme guida (compositoi ) che permettevano di comporre così intere pagine. Il letto di caratteri mobili veniva successivamente appoggiato sul torchio e inchiostrato, su di questo veniva adagiato il supporto su cui in seguito si otteneva la stampa per pressione data dalla macchina e il seguente rilascio. Questo permetteva di creare velocemente più copie dello stesso foglio prima di passare alla composizione di quello successivo.

 

 

 

LA BIBBIA DELLE 42 LINEE

 

 

Mentre nel resto d’Europa sopravvivevano le xilografie, le acqueforti e l’orafo incisore fiorentino Maso Finiguerra scopriva l’incisione su lastra avviando il processo di stampa incavografico, nel 1450 si hanno delle particolari opere stampate dette “incunaboli”. Gli incunaboli sono convenzionalmente intesi come quei documenti stampati con la tecnologia dei caratteri mobili.

E’ in questo periodo che Gutenberg costituisce una Societas insieme al banchiere Johann Fust, che gli garantisce sostegno economico, e l’incisore Peter Schöffer, allo scopo di stampare la “Bibbia a 42 linee” cosi detta dal numero delle righe di testo che strutturano ogni pagina per 1282 pagine per 180 copie. La realizzazione di 180 copie della Bibbia durò tre anni, un periodo in cui un amanuense avrebbe portato a termine la riproduzione di una sola Bibbia. La Bibbia di Gutenberg viene messa in vendita a Francoforte nel 1455 suscitando immediato entusiasmo per la qualità tipografica.

La stampa a caratteri mobili, grazie alla sua efficacia, si diffonde molto rapidamente anche al di fuori della Germania. Questo principalmente a causa di quei tipografi che, appresa la tecnica di Gutenberg in Germania, ritornano nei paesi di origine.

Successivamente molte persone diedero un contributo tecnologico alla stampa modificando la tecnica di Gutenberg, tuttavia i veri miglioramenti dovranno aspettare la prima rivoluzione industriale.

 

Nel 1470, finalmente la diffusione della stampa a caratteri mobili inizia a vedere la sua massima diffusione in Europa. Diverso discorso invece è da farsi per le Americhe dove per trovare l’invenzione tedesca è necessario aspettare il 1539 (in Messico) e il 1637 nella colonia di Massachusetts Bay in Nord America.

In Italia i primi stampatori compaiono a Venezia solo nel 1469, ma la nuova arte ha uno sviluppo rapidissimo e in breve la Serenissima è il centro più importante in Europa per il libro stampato. Seguita subito dopo da Roma, Milano e Firenze, Bologna.

Un editore, tipografo sicuramente importante è Aldo Manuzio che pubblica i suoi encheiridion una serie di volumi in piccolo formato contenenti classici greci, latini e italiani realizzati con il nuovo carattere corsivo dell’incisore Francesco Grifo. Queste edizioni denominate “Aldine” ancora oggi risultano essere molto pregiate e vengono considerate i precursori dei libri tascabili.

Sicuramente il vero primato è, però, da attribuirsi proprio a Johannes Numeister e alla sua tipografia di Foligno all’interno della quale nel 1472 viene stampato il primo libro in lingua italiana: la Divina Commedia.

Il successo della città veneta è dovuto, certamente, alla sua posizione geografica, che la rende un nodo centrale dei commerci fra Europa e Medio Oriente. Un altro elemento che favorisce lo sviluppo della stampa a Venezia è l’intraprendenza di alcune famiglie patrizie, che investono i propri capitali a

sostegno dell’attività editoriale.

 

1500 E LA RIFORMA DI LUTERO

 

 

Nel 1500 si affermano le prime grandi imprese editoriali, aziende con dipendenti e progetti editoriali precisi che si avvalgono dell’opera dei migliori incisori di caratteri ed eruditi del tempo.

Il libro assume un aspetto più stabile: se nei manoscritti, in genere, niente permetteva di riconoscere l’autore, nel libro stampato si diffonde l’utilizzo del frontespizio, sul quale viene riportato il nome dell’autore, quello del dedicatario e quello dello stampatore, ognuno dei quali acquista consapevolezza del proprio ruolo. In seguito a ciò, autori e stampatori cercano di tutelare la propria opera per evitare che possa essere riprodotta senza il loro consenso: si ricorre alla patente di privilegio che ha valore nel territorio dell’autorità che l’ha concesso e che conferisce all’autore o allo stampatore il diritto esclusivo di stampa e di vendita di un libro o più di un libro per un certo numero di anni, oppure per il tipo di caratteri. Gli autori quindi si vedono costretti a fare ricorso a più privilegi per la stessa opera, come fa Ariosto, che, per tutelare l’Orlando furioso, si rivolge al papa, al sovrano francese e alla Serenissima: però, nonostante questi accorgimenti, non mancano edizioni pirata del suo capolavoro.

Con l’evolversi della stampa il numero dei lettori comincia a crescere progressivamente, i libri creano nuovi modi di pensare e la circolazione di nuove idee che spesso si

 

scontrano con i poteri politici.

Proprio per la sua capacità di propaganda di nuovi concetti la stampa non può rimanere estranea alla grande riforma di Martin Lutero. Lutero si avvale della stampa assieme all’uso del volgare per favorire la sua dottrina. Le persone in grado di leggere sono ancora un esigua minoranza, ma il diffondersi delle opere in volgare permette a questi libri di farsi leggere ad alta voce dai pochi per i molti in sedute collettive. In questo stesso periodo si sviluppa la stampa di fogli a basso costo per la propaganda.

I libri dei riformatori come Lutero trasportano idee diverse, nuove in tutta Europa, ma in paesi come l’Italia a causa dell’opposizione del papato la loro circolazione è difficile e clandestina. I libri vengono censurati per controllare e limitare la diffusione di idee considerate eretiche e pericolose. L’indice dei libri proibiti creato nel 1558 ad opera di Paolo IV e soppresso solamente nel febbraio del 1966 è l’aspetto più evidente di controllo sulla lettura. Questa situazione non favorisce lo sviluppo della cultura e in Italia gli editori si adeguano alla censura ripiegando su una produzione religiosa e cattolica perdendo il primato europeo.

 

 

1600 IL GENERE DEL ROMANZO

 

Nonostante le difficoltà a cui lo sviluppo della lettura deve far fronte il libro conserva il suo grande potere di veicolo di idee nuove e rivoluzionarie, come dimostra, nel 1610, la vicenda del Sidereus Nuncius di Galileo.

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Il piccolo libretto, nel quale lo scienziato annuncia le sue prime sensazionali scoperte effettuate col cannocchiale, è in latino lingua che lo rende comprensibile a tutti gli studiosi europei e come la maggior parte dei libri del Seicento il Nuncius presenta un frontespizio ricco e articolato, contenente molte delle informazioni del colophon come la data e la città e una descrizione elogiativa del libro stesso.

Le illustrazioni realizzate attraverso la xilografia lasciano il passo alle incisioni in rame (calcografia), che consentono disegni più elaborati e sontuosi di grandi dimensioni.

Parallelamente alle esplorazioni geografiche e allo sviluppo della navigazione, si pubblicano grandi atlanti a colori e comincia a diffondersi il genere del romanzo: riservato alle classi alte, di natura mitologica o fantasiosa, oppure descrittiva delle passioni nel mondo aristocratico; di piccolo formato questi romanzi hanno costi di produzione ridotti e costituiscono la fortuna dei più grandi editori del secolo.

 

 

 

1700 LA LITOGRAFIA

Nel 1700 la stampa si afferma saldamente in Europa e si diffonde anche in nuove regioni, Il numero delle pubblicazioni aumenta ed è a questo aumento della produzione che corrisponde un allargamento del pubblico dei lettori: grazie a una più ampia scolarizzazione e alla diffusione delle biblioteche circolanti, dedicate alla formazione culturale del popolo, la lettura conquista nuove fasce di pubblico,

 

in buona parte femminile.

Nel 1709 si ha la prima legge che riconosce all’autore una proprietà intellettuale sulla propria opera: il Copyright Act, emanato in Inghilterra che accorda all’autore, e non più allo stampatore come accadeva con i privilegi, un’esclusiva di 21 anni. Per tutto il Settecento dunque gli autori sono spesso costretti ad aspre trattative con gli stampatori per ottenere compensi, quando non addirittura a farsi essi stessi stampatori delle proprie opere. E ’ infatti solo con le leggi rivoluzionarie del 1791 e del 1793 che si giunge a un pieno riconoscimento della proprietà intellettuale.

Nel corso del Settecento si assiste anche a una graduale separazione fra stampatore, editore e libraio; sopravvivono però figure che ricercano una maggiore solidità economica attraverso la combinazione di più mestieri. Grandi e piccole tipografie coesistono nel panorama editoriale del tempo.

Mentre il secolo dei philosophes vede la nascita dell’encyclopédie di Diderot e D’Alembert, una larga parte della produzione editoriale è riconducibile più semplicemente alla letteratura popolare di piccolo formato diffusa da venditori ambulanti. Accanto alle imprese private operano poi le stamperie reali, ducali o granducali, avulse dalle leggi del mercato, ma non per questo trascurabili. È nella stamperia ducale di Parma, ad esempio, che lavora Giovanbattista Bodoni, la figura più illustre della tipografia italiana del Settecento. Con Bodoni le linee sobrie e armoniose del neoclassicismo approdano

 

al libro a stampa: vengono introdotti nuovi caratteri, ispirati a rigorose proporzioni geometriche e i frontespizi si alleggeriscono della ridondanza che aveva caratterizzato il secolo precedente.

Mentre lo stile tipografico evolve sensibilmente, la tecnologia della stampa non conosce innovazioni sino alla fine del secolo, quando nel 1796 Alois Senefelder inventore e commediografo austriaco introduce la litografia. Casualmente Alois posò una pietra calcarea sopra una nota della lavanderia scritta con inchiostro grasso a base di cera. Quando la risollevò, si accorse che le parole si erano trasferite sulla superficie inferiore della pietra. I vari tentativi di cancellazione portarono alla constatazione del fatto che il calcare trattato con grassi (cioè gli inchiostri) rifiuta l’acqua, mentre le parti umide rifiutano i grassi. Alois scoprì così un principio che porterà poi allo sviluppo della stampa offset.

Nello stesso periodo l’inventore francese Nicolas Louis Robert costruisce la “macchina continua” (1798), con la quale diviene possibile fabbricare un nastro continuo di carta e decuplicare in tal modo la velocità di produzione.

 

 

1800 LINOTYPE E MONOTYPE

Il 1800 è segnato dallo sviluppo tecnologico della tipografia e dalla nascita dell’industria editoriale vera e propria. Tuttavia la stampa avviene ancora attraverso una pressione piana. La prima pressa piano-cilindrica messa in moto dal “Times” è realizzata dall’inventore

 

tedesco Friedrich Koenig a Londra, nel 1814 la quale consentiva un formato molto più ampio che non il torchio, e una velocità di stampa per allora sorprendente (1100 copie orarie, rispetto alle precedenti 300), agevolata dalla inchiostrazione incorporata e dall’energia a vapore, appena inventata, che muoveva tutta la macchina. Nel 1816, ancora Koenig riuscì a stampare bianca e volta in un unico passaggio, abbinando due macchine cilindriche e nel 1822 William Church inventore americano creò una fonditrice di caratteri che permetteva di fondere da 12000 a 20000 lettere all’ora, contro le 3000-7000 giornaliere del procedimento usato fino a quel momento.

Gli inglesi Augustus Appleght e Edward Cowper costruirono nel 1828 sempre per il “Times”, la “macchina a quattro cilindri” portando il numero delle copie a 4000 orarie.

Intorno al 1840 furono iniziati i primi esperimenti di composizione meccanica prima con la linotype (Ottmar Mergenthaler, 1884) e successivamente con la monotype (Tolbert Lanston, 1887).

La Linotype è una macchina per la composizione meccanica delle pagine di stampa. Consiste in una tastiera, collegata a dei magazzini in cui vengono conservate le matrici delle lettere, dei segni e degli spazi, che vengono richiamati man mano che l’operaio linotipista batte i segni sulla tastiera. Le matrici si dispongono in linee di testo che, una volta completate vengono fuse in un unico blocchetto di piombo corrispondente a una riga. A questo punto le singole matrici

tornano automaticamente nei loro magazzini. Punto di forza della Linotype è senza dubbio la rapidità di composizione, ma essendo una macchina che compone una riga per volta, rende dispendiose le correzioni, infatti, per correggere un singolo errore, c’è la necessita di riscrivere l’intera riga. La Linotype fu installata per la prima volta proprio nel 1886 al New York Tribune, e consentì un passaggio della velocità di composizione dai 1000 caratteri/ora tradizionali a 8000-10000 caratteri/ora.

La sucessiva monotype nasce anche per ovviare a questo inconveniente: in essa infatti c’è una sola matrice per ogni lettera, e si fonde quindi un solo carattere per volta ottenendo automaticamente la riunione dei caratteri in linee e la spaziatura delle parole. Pur essendo più lenta della Linotype, la Monotype ha il vantaggio di facilitare le correzioni, permettendo la sostituzione del singolo carattere errato.

Queste invenzioni determinano nel 1840 circa il passaggio ad un sistema industriale di produzione degli stampati. Ciò permette agli editori di abbassare i costi e di raggiungere il pubblico più vasto anche attraverso le cosi dette edizioni economiche.

L’aumento dei lettori aveva già determinato l’emergere di un secondo fenomeno: quello dei libri che hanno un successo che può essere definito di massa, i cosiddetti best sellers.

Il romanzo d’appendice è un altro genere di romanzo diffuso nei primi decenni

dell’Ottocento noto anche col termine francese feuilleton. Si tratta di un romanzo rivolto ad un pubblico di massa che usciva su un quotidiano o una rivista, a episodi di poche pagine con lo scopo commerciale di sostenere la vendita del giornale.

In Italia, i primi tentativi di rivolgersi all’emergente mercato di massa sono realizzati dalla ditta di Giuseppe Pomba, che tra il 1828 e il 1832 dà alle stampe la «Biblioteca popolare». Questa collana, offre in una veste tipografica modesta le opere classiche della tradizione letteraria italiana, greca e latina, parte con una tiratura iniziale piuttosto ridotta, ma ben presto raggiunge la cifra record per quei tempi di 10.000 copie. Il mercato editoriale italiano però è ancora condizionato dalla censura e dall’esistenza dei privilegi. Continuano inoltre a sussistere dazi doganali che impediscono lo scambio librario, e mancano norme giuridiche che tutelano la proprietà editoriale e il diritto d’autore al di fuori dei confini dei singoli stati che formano la penisola.

Dopo l’Unità d’Italia (1861) l’estensione della scolarizzazione e il costante aumento del pubblico femminile, che tende a consumare le opere di un folto gruppo di scrittrici che si vanno affermando portano ad un forte incremento della produzione libraria e alla nascita di nuove collane destinate a soddisfare i bisogni di apprendimento e di svago delle nuove fasce di lettori.

Lo sviluppo dell’editoria non avviene però in modo uniforme, e si realizza soprattutto in alcune città del Nord e del Centro, come

Milano, Torino, Firenze e Roma.

È però a Milano che si affermano i due maggiori editori-tipografi dell’epoca: Sonzogno e Treves.

Edoardo Sonzogno inizia la propria attività nel 1861, dando vita a un’editoria che si rivolge ad un pubblico rimasto sino ad allora estraneo alla lettura: la piccola borghesia e i ceti operai cittadini. La sua produzione si concentra quindi sulla stampa periodica, soprattutto illustrata, e sul romanzo popolare. Le opere scelte per il suo esordio e messi in vendita a prezzi popolari sono Nostra signora di Parigi di Victor Hugo, Il conte di Montecristo, I tre moschettieri di Alexandre Dumas , ma anche autori italiani con romanzi storici, romanzi a sfondo sociale e romanzi d’appendice.

Emilio Treves, che fonda la propria impresa nello stesso anno di Sonzogno, propone un modello di editoria più colta. La sua produzione si indirizza alla borghesia acculturata, pubblicando autori come Verga e De Amicis.

 

1900 MACINTOSH E LE NUOVE TECNOLOGIE DI STAMPA

 

E’ nel 1900 che vengono costruite le macchine da stampa di tipo industriale come le rotative, le macchine per stampa offset. Un ruolo principale nell’arte tipografica è data dall’applicazione delle tecniche fotografiche che danno il modo di stampare immagini a colori. Nel dopoguerra nasce

la stampa a colori che su carta si avvale del procedimento a quattro colori, detto quadricromia chiamato per comodità CMYK, dal nome inglese dei quattro colori, Cyan, Magenta, Yellow, Key black, consistente in quattro pellicole corrispondenti ognuna ad un colore. Un’altra importante novità derivata dalla stampa litografica è la stampa offset, che è oggi il procedimento più usato per la stampa professionale e commerciale di alta qualità.

La stampa offset è stata inventata quasi per caso all’inizio del 20° secolo dallo stampatore statunitense Ira Washington Rubil. Rubil aveva notato che quando per errore non veniva inserita carta sotto alla pietra litografica, la pietra stampava la propria immagine sul supporto di gomma che serviva da base del foglio di carta. Quando poi veniva finalmente inserito il foglio, esso risultava stampato su entrambi i lati, perché riceveva inchiostro anche dalla superficie di gomma: il punto era che la parte a contatto con la gomma risultava stampata molto meglio. Rubil ebbe così l’intuizione di realizzare una macchina in grado di stampare tutte le pagine prima su uno strato di gomma e poi da questo sulla carta.

Le tecniche di riproduzione fotografica vengono applicate anche per la costruzione di un’altra grande invenzione: la fotocompositrice che fa abbandonare le precedenti linotype e monotype. La fotocompositrice permette di realizzare veri e propri testi visibili su un monitor permettendo di effettuare eventuali correzioni immediate prima di stampare il tutto da montare poi su

fogli di acetati, pronti per essere riprodotti.

Per tutto il ‘900 si assiste quindi ad un velocissimo processo di trasformazione nella stampa e negli ultimi anni del secolo irrompono i sistemi digitali che stravolgono ancora una volta le industrie di arti grafiche che, per restare competitive in termini di velocità e qualità, investono grosse somme di denaro per l’acquisto di nuovi macchinari e per l’addestramento dei dipendenti impegnati nel loro utilizzo.

Nel 1990 la Apple di Steve Jobs lancia il Macintosh LC (LC = low-cost = basso costo). Un computer con modalità d’uso altamente intuitive per l’editoria elettronica (desk top publishing) che da quel momento in poi stravolgerà la stampa. L’uso di un’infinita disponibilità di caratteri, la possibilità di poter impaginare interi lavori da stampare controllando sul monitor ogni più piccola variazione, la possibilità di poter inserire nell’impaginato elettronico le immagini in file opportunamente scannerizzate, non fanno altro che aumentare la velocità di produzione degli stampati

e la quantità. Quark Xpress, Illustrator, Corel Draw, Photoshop e altri programmi di impaginazione e trattamento dell’immagine, diventano i software indispensabili per qualsiasi tipografia (che ormai viene chiamata stamperia) con l’impiego di grafici interni, per avere più controllo sul lavoro da realizzare. Le impaginazioni possono essere teletrasmesse e fanno il loro ingresso le macchine da stampa digitali che danno la possibilità di abbassare i costi di stampa per piccole tirature stampate

con inchiostro a toner.

Gli editori si attrezzano per le stampe ondemand ovvero libri stampati solo su richiesta, evitando in tal modo spreco di copie.

Intorno al 1990, con la disponibilità delle piccole stampanti da tavolo che si servono dei dispositivi ad aghi (in una prima fase), a laser e a getto di inchiostro, si diffonde prima negli uffici e poi nelle abitazioni, la pratica della stampa personale, i singoli utenti possono scrivere, comporre e stampare a tiratura limitata. Nella seconda parte degli anni novanta, con la disponibilità della Rete Globale, i documenti prodotti elettronicamente possono essere distribuiti senza sostanziali limitazioni di distanza fra autore e lettori.

Le stampanti a impatto sono le prime stampanti per computer di grande diffusione, essenzialmente basate sullo stesso principio della macchina da scrivere: un elemento che raffigura sulla sua superficie il carattere da imprimere viene fatto ‘impattare’ su un nastro inchiostrato, in modo da lasciare un segno sulla pagina.

Oggi le due tipologie di stampanti più diffuse sono quelle a getto di inchiostro e quelle laser. In quelle a getto di inchiostro è presente una testina – o due, se la stampante è a colori: una per il nero e una per i colori – che si muove orizzontalmente lungo la pagina lanciando su di essa micro-gocce di inchiostro. In quelle laser è invece un fenomeno elettrico innescato da un’emissione laser a guidare

particelle elettricamente cariche di polvere nera (detta toner) al posto giusto sul foglio di carta.

Anche la stampa comunque è in evoluzione negli ultimi anni si è avuta la nascita della stampa 3D e la continua evoluzione di siti web che permettono di stampare il file desiderato ricevendo comodamente a casa il risultato di stampa scelto sul supporto richiesto.

Le innovazioni tecnologiche nei processi di stampa, ormai non si arrestano. Apple e Microsoft, le principali case produttrici di software creano costantemente nuove applicazioni e loro aggiornamenti che rendono la vita di grafici, editori e stampatori, sempre più facile. Le grosse case costruttrici di macchine da stampa fanno altrettanto. Lan (Local Area Network in italiano rete in area locale, o rete locale) e wan (Wide Area Network anche abbreviata in rete geografica ), permettono di poter far dialogare tra loro più computer e tutte le relative periferiche, anche fuori sede, tra una stamperia ed un ufficio grafico editoriale distanti anche da un capo all’altro del mondo, hanno contribuito anch’esse alla velocizzazione dei flussi di lavoro bypassando le spedizioni postali.

Acrobat: E’ il software che permette di far leggere qualsiasi documento fotografico o di solo testo, in PDF (Portable Document File) su qualsiasi computer, su qualsiasi sistema operativo. In termini pratici ciò significa poter “dialogare” con estrema facilità tra un ufficio grafico ed una stamperia: tra mittente e destinatario non si verificano più incompatibilità di lettura dei file. Quando

il software sarà perfezionato in ogni sua piccola lacuna attuale sarà il punto di arrivo ed il punto di partenza di un nuovo periodo della storia della grafica e della stampa.

Una grande novità che ha preso piede negli ultimi anni e l’ E-Book in italiano libro elettronico, è un libro in formato digitale a cui si può avere accesso mediante computer e dispositivi mobili, come smartphone, tablet, PC e dispositivi appositamente ideati per la lettura di testi lunghi in digitale, detti eReader (ebook reader).

Per la lettura di un libro elettronico sono necessari diversi componenti:

il documento elettronico di partenza o e-text, in un formato elettronico (ebook format) come ad esempio l’ePub o altri formati

un software di lettura compatibile con tale formato

un dispositivo hardware di lettura (il più appropriato per la lettura di testi è un eBook reader con tecnologia e-ink).

Il libro elettronico, nell’imitare quello cartaceo, approfitta ovviamente dei vantaggi offerti dalla sua natura digitale, che risiedono principalmente nelle possibilità di essere un ipertesto e inglobare elementi multimediali, e nella possibilità di utilizzare dizionari o vocabolari contestuali. Quando questa evoluzione degli eBook in senso multimediale arriva a particolari livelli di complessità si parla di “enhanced” eBook, ovvero eBook “arricchiti”.

A differenza del libro di carta, l’e-book è flessibile e può essere adattato alle necessità dell’utente, è possibile ingrandire il carattere per visualizzarlo meglio, utilizzare la funzione Cerca/Trova nel testo per rintracciare una parola o una citazione, andare all’inizio del capitolo cliccando sulla voce corrispondente dell’indice. In futuro, tuttavia, sarà possibile sfruttare tutte le possibilità offerte dall’informatica: l’e-book, ad esempio, potrà essere arricchito non solo di illustrazioni, ma anche di file audio e video e link che creano percorsi interni al testo o rimandano a pagine Internet e forum di discussione con gli altri lettori. Il libro potrebbe trasformarsi così in un vero e proprio prodotto multimediale e l’esperienza di lettura, di conseguenza, potrebbe diventare molto diversa da quella che conosciamo. Il fatto di poter salvare migliaia di volumi sullo stesso lettore, inoltre, dà la possibilità di creare la propria biblioteca nello spazio di pochi centimetri.

Uno dei componenti fondamentali di un ereader e-ink è il display, la sua caratteristica peculiare è quella di avere uno schermo che emula la stampa su carta costruito con una particolare tecnologia chiamata inchiostro elettronico. Questo tipo di schermo non affatica gli occhi e quindi consente la lettura prolungata, anche in condizioni di piena luce. Questo è possibile perché lo schermo a inchiostro elettronico non è retroilluminato, a differenza degli schermi per computer, netbook o tablet.

Nello schermo del computer o del portatile la visualizzazione dei caratteri e delle immagini avviene grazie a una “lampada” posta dietro

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lo strato di vetro dello schermo stesso. Questa luce colpisce direttamente l’occhio e la tendenza è affaticarlo nel caso di lunghe sedute di lettura (o di lavoro).

Lo schermo a inchiostro elettronico, invece, funziona proprio secondo il principio opposto: lo schermo non emette alcun fascio luminoso ed è quindi necessaria la luce ambientale (naturale o artificiale) per rischiararlo e consentire la visualizzazione del testo, proprio come avviene quando si legge su un foglio di carta.

Proprio grazie all’evolversi delle nuove tecnologie stanno nascendo case editrici on-line che vendono libri in file, dando poi al lettore la possibilità di stampare o meno quello che gli interessa. Alcuni libri sono scaricabili da internet persino gratuitamente. Ovvio, forse questo non fa bene alle stamperie, ma sicuramente il mondo tecnologico e della stampa riusciranno a convivere come hanno sempre fatto influenzandosi a vicenda e cercando metodi sempre più innovativi e pratici per coesistere.

 

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