La storia della stampa

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Le origini

Un aumento della produzione libraria si registra già prima dell’avvento della stampa per l’incidenza di due fattori fondamentali: 1) l’introduzione della carta, importata dall’Oriente tramite gli arabi, 2) lo spostamento della produzione dai centri monastici alle città, sede di università.

Il Medioevo

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Il Medioevo è uno dei periodi più bui dell’umanità: epidemie e peste, l’oscurantismo e la paura, la caccia alle streghe e l’analfabetismo travagliavano le popolazioni. In questo ambiente inospitale, appartati nei freddi scriptorium di un monastero, sotto la luce debole di lampade ad olio, indossando mezzi guanti per difendersi dal freddo pungente gli scribi hanno creato i libri più belli che il mondo abbia mai visto; la maggior parte dei testi su cui hanno lavorato veniva completata solo dopo diversi anni e, nel corso dei decenni, uno scriba doveva essere sostituito da un altro per seguire e completare un lavoro. Si tratta di manoscritti miniati. Un manoscritto miniato (illuminato) è un libro scritto a mano in cui il testo è integrato con l’aggiunta di decorazioni o illustrazioni, come le iniziali decorate, i bordi e le miniature. Nel senso più stretto del termine, un manoscritto miniato si riferisce solo a quelli decorati con oro o argento. Tuttavia, nell’uso comune, il termine viene ora utilizzato per riferirsi a qualsiasi manoscritto decorato.
La maggior parte dei manoscritti medievali, illuminati o no, vennero realizzati su pergamena (più comunemente di vitello, pecora, o pelle di capra). A partire dal tardo Medioevo i manoscritti cominciarono a essere prodotti su carta. Questi manoscritti miniati sono le testimonianze più importanti che ci giungono dal Medioevo.

Lo Scriptorium

Lo scriptorium (plurale: scriptoria) era una sala dedicata alla scrittura a mano e alla copia dei manoscritti. Prima dell’invenzione della stampa con caratteri mobili, uno scriptorium era una normale appendice di una biblioteca. Nei monasteri, lo scriptorium era solo una sala, raramente un intero edificio, adibito alla copiatura professionale dei manoscritti. Il direttore di uno scriptorium monastico era l’armarius che procurava agli scribi il materiale, dirigendo l’intera lavorazione. Illustrazioni e decorazioni venivano aggiunte separatamente da altri specialisti.
Con un’espansione del mercato non sono più solo i grandi centri ecclesiastici e universitari a commissionare i libri, ma anche tutto un nascente ceto borghese e mercantile. Da oggetto raro e prezioso il libro diviene strumento di lavoro, in uffici, tribunali, cancellerie.

Il 1400: i caratteri mobili

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La diffusione del libro cresceva ed il lavoro degli amanuensi e dei copisti altrettanto.
L’invenzione della stampa si fa comunemente risalire alla metà del 1400 e viene attribuita a Johannes Gutenberg di Magonza; egli inventò un vero processo industriale, comprendente:
1) i caratteri mobili forgiati in metallo tenero e fondibile ottenuti in rilievo da una matrice.
2) il processo di composizione con le relative attrezzature.
3) la macchina da stampa identificata nel torchio.
L’invenzione del carattere mobile si basava sulla realizzazione di caratteri in una leggera lega metallica per mezzo di matrici in legno, preventivamente scolpite in “negativo” in cui si versava il metallo fuso, che potevano essere poi disposti in maniera allineata grazie a delle forme - guida (compositoi) che permettevano di comporre intere pagine. Il compositoio veniva posizionato su un torchio che pressava lo stesso non prima di averci posizionato sopra il foglio di carta. Carattere mobile e torchio insomma, furono l’invenzione che stravolsero la stampa intorno il 1455, periodo in cui Gutenberg pubblicò la Bibbia delle 42 linee*, cosiddetta perché conta 42 righe per colonna con un totale di 1.282 pagine per 180 copie delle quali oggi ne restano solo 48 sparse in alcune delle principali biblioteche e musei del mondo.
Il tema successivo che i tipografi dell’epoca si trovarono ad affrontare fu quello dell’incisione su lastra. Si vuole che, verso il 1450, l’orafo fiorentino Maso Finiguerra scoprisse questa tecnica appoggiando per caso un piatto di metallo inciso sopra una carta unta d’olio. Probabilmente nelle incisioni vi erano resti di ossido che, combinatosi con l’olio, fece sì che i disegni del piatto si riproducessero sulla carta. Il problema consisteva nel fatto che i caratteri, come le xilografie, avevano le parti stampanti in rilievo. Poiché l’incisione in rame offriva maggiori possibilità descrittive si dovette procedere ad una doppia tiratura; su due diversi tipi di torchio, in quanto, per le incisioni, fu messo a punto il torchio calcografico a due rulli. L’ opera di Maso Finiguerra, incisore orafo fiorentino che avviò il processo di stampa incavografico utilizzato artisticamente con la tecnica dell’acquaforte, in seguito diventerà calcografia e rotocalcografia. Mentre la Magonza di Gutenberg custodiva an- cora i segreti del nuovo processo di stampa, nel
resto d’Europa sopravvivevano gli incunaboli*, le xilografie, le acqueforti*, almeno fino al 1550.
Tra i pochi dati certi sappiamo che Gutenberg si trova a Magonza tra il 1448 e il 1454, dove costituisce una Societas con Johann Fust, banchiere che gli garantisce un sostegno economico, e Peter Schöffer, calligrafo e incisore. Da questa società nasce la Bibbia a 42 linee, che messa in vendita a Francoforte nel 1455 suscita l’entusiasmo di Enea Silvio Piccolomini. Il raffinato umanista sembra non accorgersi che questa splendida Bibbia, che si può leggere “senza fatica e senza occhiali”, non è un manoscritto: tanta doveva essere stata la cura di Gutenberg nel riprodurne esattamente le caratteristiche.
Animate vicissitudini politiche (il sacco di Magonza), fecero sì che gli allievi di Gutenberg e collaboratori di Schöffer si disperdessero per l’Europa diffondendo le nuove tecniche di stampa nelle città dove si trasferirono: Strasburgo, Basilea, Zurigo, Augusta, Ulm, Norimberga e, in Italia nella prima tipografia impiantatasi a Subiaco fu stampato nel 1465 il De Oratore di Cicerone.
Succesivamente moltissime persone diedero un contributo tecnologico alla stampa, modificando la macchina creata da Gutenberg con migliorie per i caratteri locali, le legature tra le lettere e molto altro ancora. Tuttavia però non vi furono grossi miglioramenti tecnologici ma solo piccole migliorie. I veri miglioramenti dovranno aspettare la prima rivoluzione industriale.

 

In Italia

A Venezia i primi stampatori compaiono solo nel 1469, ma la nuova arte ha uno sviluppo rapidissimo e in breve la Serenissima è il centro più importante d’Europa per il libro a stampa. Oltre a Venezia e Roma la stampa si diffonde nelle altre città italiane, ognuna delle quali viene sviluppando le proprie peculiarità: se Venezia si caratterizza soprattutto per i testi filosofici e di diritto, Milano e Firenze per le opere religiose e letterarie, Bologna per le opere di diritto e quelle scientifiche, in particolare di astronomia.

 

 

Il 1500

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Nella prima metà del Cinquecento Venezia produce quasi la metà dei libri stampati in Italia, ed è il più importante centro europeo del libro a stampa. Proprio a Venezia, agli inizi del secolo (1501), Aldo Manuzio pubblica i suoi enchiridia (libri tascabili), classici latini senza note e senza commento, realizzati con il nuovo carattere corsivo di Francesco Grifo: ottiene un enorme successo, in tutto il continente. Ma la Serenissima non ospita solo la tipografia di Manuzio: fra le dinastie di editori librai attivi in questo periodo basta ricordare i Giunti (celebri per l’editoria religiosa e scientifica) e i Giolito (specializzati nella produzione di libri in volgare). Il successo della città veneta è dovuto, certamente, alla sua posizione geografica, che la rende un nodo centrale dei commerci fra Europa e Medio Oriente: non a caso, accanto ai libri in latino e in volgare si stampano anche testi in ebraico, armeno e glagolitico, e negli anni Trenta Alessandro Paganino realizza il Corano in arabo (senza successo).
Però, un altro elemento che favorisce lo sviluppo della stampa a Venezia è l’intraprendenza di alcune famiglie patrizie, che investono i propri capitali a sostegno dell’attività editoriale.
Nel Cinquecento, infatti, accanto ai tanti piccoli tipografi sempre sull’orlo del fallimento, si affermano le prime grandi imprese editoriali: sono aziende nel senso moderno del termine, con numerosi dipendenti e progetti editoriali precisi, si servono dell’opera dei migliori incisori di caratteri e si avvalgono dell’aiuto di famosi eruditi del loro tempo; per questi motivi, com’è ovvio, necessitano anche di cospicui finanziamenti. Inoltre, mentre i luoghi di produzione dei libri a stampa sviluppano una fisionomia più precisa, il libro stesso assume un aspetto più stabile: se nei manoscritti, in genere, niente permetteva di riconoscere l’autore, nel libro stampato si diffonde l’utilizzo del frontespizio, sul quale viene riportato, a grandi lettere, il nome dell’autore, quello del dedicatario del libro e quello dello stampatore: i diversi attori del processo di produzione acquistano, progressivamente, una maggiore consapevolezza del proprio ruolo.
In seguito a ciò, autori e stampatori cercano di tutelare l’opera del proprio ingegno, per evi- tare che possa essere riprodotta senza il loro consenso: si ricorre, così, a strumenti quali la patente di privilegio, che conferisce all’autore o allo stampatore il diritto esclusivo di stampa e di vendita di un libro per un certo numero di anni; questo strumento di protezione, adottato già nel Quattrocento, nel Cinquecento diventa una pratica di uso comune. Il privilegio, però, ha valore solo nel territorio controllato dall’autorità che lo ha concesso, e questo ne limita fortemente l’efficacia: solo il papa, infatti, rilascia privilegi che teoricamente hanno un valore universale, ma anche in questi casi l’effettivo rispetto del provvedimento è legato all’influenza del pontefice sui singoli governi. Gli autori, allora, devono fare
ricorso a più privilegi per la stessa opera, come fa Ariosto, che, per tutelare l’Orlando furioso, si rivolge al papa, al sovrano francese e alla Serenissima: però, nonostante questi accorgimenti, non mancano edizioni pirata del suo capolavoro.

 

 

La Riforma di Lutero

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La stampa, infine, non è estranea al grande fenomeno della Riforma: Lutero la considera un dono divino e se ne serve, assieme all’uso del volgare, per favorire la diffusione della sua dottrina. Attorno a Wittenberg e alle città tedesche più coinvolte dal movimento luterano si sviluppano numerose stamperie, attirate dalla possibilità di pubblicare gli scritti del monaco agostiniano e degli altri riformatori. Le persone in grado di leggere e scrivere sono ancora un’esigua minoranza, ma le opere in volgare, come le traduzioni della Bibbia, se lette ad alta voce, in sedute collettive, raggiungono anche il pubblico più analfabeta. Inoltre, accanto alle pubblicazioni più ricche, ci sono moltissimi fogli volanti a basso costo, in quarto (naturalmente in volgare), spesso accompagnati da xilografie caricaturali, aventi per oggetto gli avversari di Lutero; anche questa gran- de mole di pubblicazioni di propaganda passa per le stamperie. I libri dei riformatori trasportano le idee luterane in tutta Europa, ma in paesi cattolici come l’Italia la loro circolazione è difficile e avviene clandestinamente, a causa della dura opposizione del papato. Dal momento che il libro, in particolare il libro in volgare, era stato tanto utile alla causa della Riforma, la reazione della Chiesa romana si attua anche attraverso una dura censura, per controllare e limitare la diffusione, attraverso i libri a stampa, di idee considerate eretiche e pericolose. L’istituzione dell’Indice dei libri proibiti, ad opera di Paolo IV, è l’aspetto più evidente dell’atteggiamento della Chiesa romana, che vieta anche le traduzioni della Bibbia: solo il catechismo viene stampato in volgare, perché i curati lo leggano ai fedeli, divulgando così le idee conciliarie. La censura, però, non segue criteri precisi, ma si abbatte ogni anno su opere diverse, in un atteggiamento di generale diffidenza verso la lettura, vista come qualcosa di pericoloso, non adatto a tutti. Questa situazione non favorisce certo lo sviluppo della cultura, e così in Italia, dove il controllo della Chiesa romana è particolarmente stretto, si assiste a un progressivo isolamento dal resto del continente: gli editori veneziani, ad esempio, si adeguano alla censura, ripiegando su una produzione religiosa e cattolica, ma perdendo il primato europeo. Nonostante tutto, però, il libro conserva il suo grande potere di veicolo di idee nuove e rivoluzionarie, come dimostra, nel 1610, la vicenda del Sidereus Nuncius di Galileo. Il piccolo libretto, nel quale lo scienziato annuncia le sue prime sensazionali scoperte effettuate col cannocchiale, è in latino, lingua che lo rende comprensibile a tutti gli studiosi europei, e contiene immagini e istruzioni su come prepararsi un cannocchiale. Tirato in 550 copie, dopo una settimana è già esaurito e dopo soli tre anni ne compare un riassunto in Cina. Inoltre, come la maggior parte dei libri del Seicento, il Nuncius presenta un frontespizio ricco e articolato, contenente molte delle informazioni del colophon, come la data e la città, e una descrizione elogiativa del libro stesso. Dal punto di vista tecnico, secondo una tendenza già manifestatasi nel Cinquecento, le illustrazioni realizzate attraverso la xilografia lasciano quasi del tutto il passo alle incisioni in rame ovvero la calcografia, che consente di realizzare disegni più elaborati e sontuosi, spesso di grandi dimensioni. Calcografici vengono denominati quei procedimenti nei quali il soggetto da riprodurre è incavato rispetto alla lastra da stampa. L’inchiostro viene steso su tutta la superficie e successivamente asportato, in modo che rimanga trattenuto solo nei solchi incisi. Alla profondità di questi ultimi corrisponde una maggiore o minore quantità di inchiostro, e, quindi, si ottengono diverse tonalità. Inoltre, parallelamente alle esplorazioni geografiche e allo sviluppo della navigazione, si pubblicano grandi atlanti a colori, come il celebre Ortelius. Infine, comincia a diffondersi il genere del romanzo: riservato alle classi alte, è di natura mitologica o fantasiosa, oppure descrive le passioni nel mondo aristocratico; è di piccolo formato, quindi con costi di produzione ridotti; essi costituiscono la fortuna dei più grandi editori del secolo: gli olandesi Elzevir. Elzeviro: È il nome di un classico carattere inciso per la dinastia dei tipografi olandesi Elzevir da Christoffel Van Dyck ed è così chiamato l’articolo di terza pagina dei giornali, proprio perché originariamente stampato con questo carattere. Altri grandi incisori del ‘600 sono Luca di Leyda, il Guercino, Guido Reni, lo Spagnoletto, Salvator Rosa, Jacques Callot, Rembrandt, Rubens.

 

 

Il 1700

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Nel corso del XVIII secolo la stampa si afferma saldamente in Europa e si diffonde anche in nuove regioni, come la Russia e l’America, dove nel 1772 sorge la prima fonderia di caratteri del nuovo continente. Il numero delle pubblicazioni aumenta, come testimoniano i cataloghi della Fiera di Lipsia, nuovo centro del commercio librario.
A questo aumento della produzione corrisponde un allargamento del pubblico dei lettori: grazie a una più ampia scolarizzazione e alla diffusione delle biblioteche; la lettura conquista nuove fasce di pubblico, in buona parte femminile.
All’allargamento del mercato delle pubblicazioni a stampa si accompagna una ridefinizione delle figure che operano nell’editoria. Risale al 1709 la prima legge che riconosce all’autore una proprietà intellettuale sulla propria opera: il Copyright Act, emanato in Inghilterra durante il regno della regina Anna, accorda all’autore un’esclusiva di 21 anni. Nel 1777 in Francia viene emanato un decreto in cui si riconosce all’autore un privilegio decennale ma è solo con le leggi rivoluzionarie del 1791 e del 1793 che si giunge a un pieno riconoscimento della proprietà intellettuale.
In Italia un primo decreto viene emanato dal governo rivoluzionario piemontese nel 1799, seguito da una legge della Repubblica Cisalpina nel 1801.
Per tutto il Settecento l’Inghilterra costituisce dunque un’eccezione: mentre Defoe e Richardson vivono della propria penna, nel resto d’Europa gli autori operano in condizioni precarie.
L’istituto del patronato è sempre meno diffuso e non si è ancora affermato quello della proprietà intellettuale; gli autori sono spesso costretti ad aspre trattative con gli stampatori per ottenere compensi, quando non addirittura a farsi essi stessi stampatori delle proprie opere.
Nel corso del Settecento si assiste anche a una graduale separazione fra stampatore, editore e libraio; accanto a tipografi puri e a librai autentici sopravvivono però figure ibride che ricercano una maggiore solidità economica attraverso la combinazione di più mestieri. Oltre agli autori che si fanno editori, sono infatti frequenti i casi di tipografi che stampano a proprie spese e, con maggior fortuna, di librai che diventano editori. Diverse realtà coesi- stono nel panorama editoriale del tempo: accanto ai Remondini di Bassano, che impiegano oltre 500 uomini, 20 torchi da stampa e 36 per le incisioni,
sopravvivono piccole tipografie che annoverano un solo torchio. Ma la Società Tipografica di Neuchâtel, in Svizzera, produce cinquecento edizioni in venti anni servendosi di solo quattro macchine tipografiche, e tra queste edizioni figura anche una ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, senza dubbio la più importante impresa editoriale del secolo.
Il Settecento, però, non è stato solo il secolo dei philosophes: una larga parte della produzione editoriale è infatti riconducibile a quella letteratura popolare di piccolo formato diffusa da venditori ambulanti che trova l’espressione più compiuta nella Bibliothèque bleue di Troyes. Accanto alle imprese private operano poi le stamperie reali, ducali o granducali, organiche al potere e avulse dalle leggi del mercato, ma non per questo trascurabili. È nella stamperia ducale di Parma, ad esempio, che lavora Giovanbattista Bodoni*, la figura più illustre della tipografia italiana del Settecento. Con Bodoni le linee sobrie e armoniose del neoclassicismo approdano al libro a stampa: vengono introdotti nuovi caratteri, ispirati a rigorose proporzioni geometriche, e i frontespizi si alleggeriscono della ridondanza che aveva caratterizzato il secolo precedente.
Mentre lo stile tipografico evolve sensibilmente, la tecnologia della stampa non conosce innovazioni sino alla fine del secolo, quando Aloys Senefelder introduce la litografia (1796) e Nicolas Louis Robert, nella cartiera di proprietà degli stampatori parigini Didot, costruisce la macchina continua (1798), con la quale diviene possibile fabbricare un nastro continuo di carta e decuplicare in tal modo la velocità di produzione. Nel frattempo, in alternativa agli stracci, costosi e difficili da reperire, comincia a diffondersi la carta a base di pasta di legno.

 

 

Il 1800

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Il XIX secolo è segnato dallo sviluppo tecnologico della tipografia, e dalla conseguente nascita dell’industria editoriale vera e propria.
I primi progressi sono dell’inizio del secolo, quando comincia a diffondersi la stereotipia, cioè il procedimento di riproduzione della forma della pagina composta mediante calco su lastra metallica. Tuttavia la stampa avviene ancora attraverso una pressione piana. La prima pressa piano cilindrica è realizzata da Friedrich Koenig, e messa in moto nella stamperia del «Times» di Londra nel 1814; essa permette di aumentare notevolmente la capacità di stampa, quadruplicando la produzione oraria.
Pochi anni dopo, nel 1828, viene introdotta la macchina “a quattro cilindri” costruita da Applegath e Cowper sempre per il «Times», mentre la rotativa, in grado di stampare contemporaneamente in bianca e volta un nastro continuo di carta, è della metà del secolo. Nello stesso periodo inizia la produzione industriale della carta e prendono il via i primi esperimenti di composizione meccanica che portano, alla realizzazione della Linotype*, nel 1886, e della Monotype*, nel 1889.
Questa serie di innovazioni, che segna la fine dell’antico regime tipografico, determina, negli anni ’40 dell’Ottocento, il passaggio ad un sistema industriale di produzione degli stampati.
Ciò permette agli editori di abbassare i costi e di raggiungere il pubblico più vasto che ha iniziato a for- marsi a seguito dello sviluppo economico e dell’urbanizzazione.
Tuttavia, l’aumento dei lettori aveva già determinato l’emergere di un secondo fenomeno: quello dei libri che hanno un successo che può essere definito di massa, i cosiddetti best sellers.
A metà dell’Ottocento nasce anche quello che può essere identificato come un nuovo genere editoriale: il feuilleton, cioè il romanzo che non solo vende, e ha ricadute positive sulla diffusione dei giornali, ma che è scritto con il preciso scopo di vendere molto.
In Italia, i primi tentativi di rivolgersi all’emergente mercato di massa sono realizzati dalla ditta di Giuseppe Pomba, che tra il 1828 e il 1832 dà alle stampe la «Biblioteca popolare». Questa collana, che offre in una veste tipografica modesta le opere classiche della tradizione letteraria italiana, greca e latina, parte con una tiratura iniziale piuttosto ridotta, ma ben presto raggiunge la cifra record per quei tempi di 10.000 copie. Per sostenere questi livelli produttivi, Pomba è costretto a dotare la sua azienda delle più moderne macchine per la stampa, tuttavia il contesto in cui si trova ad operare è ancora fortemente arretrato. Il mercato editoriale italiano è infatti condizionato dalla censura e dall’esistenza dei privilegi, e anche quando il principio della libertà di stampa viene sancito dagli statuti (dopo il biennio rivoluzionario 1848-49) esso non viene in realtà tutelato da alcuna legge. Continuano inoltre a sussistere dazi doganali che impediscono lo scambio librario, e mancano norme giuridiche che possano tutelare la proprietà editoriale e il diritto d’autore al di fuori dei confini dei singoli stati che formano la penisola.
Dopo l’Unità diversi fattori portano ad un forte incremento della produzione libraria. In primo luogo l’estensione della scolarizzazione e la diminuzione dell’analfabetismo; in secondo luogo il costante aumento del pubblico femminile, che tende a consumare le opere di un folto gruppo di scrittrici che si vanno affermando (da Neera a Cordelia, da Jolanda a Emma); quindi la nascita di scuole tecniche, che necessitano di testi di studio adeguati; infine il diffondersi delle biblioteche popolari circolanti.
Questa situazione porta alla nascita di nuove collane destinate a soddisfare i bisogni di apprendimento e di svago delle nuove fasce di lettori. Si affermano così i generi di consumo come il romanzo d’appendice, il romanzo sociale e quello femminile, le opere educative destinate ai ceti operai, e i manuali tecnico-scientifici. Lo sviluppo dell’editoria non avviene però in modo uniforme, e si realizza soprattutto in alcune città del Nord e del Centro, come Milano, Torino, Firenze e Roma. È però a Milano che si affermano i due maggiori editori tipografi dell’epoca: Sonzogno e Treves.
Edoardo Sonzogno inizia la propria attività nel 1861, dando vita a un’editoria che si rivolge ad un pubblico rimasto sino ad allora estraneo alla lettura: la piccola borghesia e i ceti operai cittadini. La sua produzione si concentra quindi sulla stampa periodica, soprattutto illustrata, e sul romanzo popolare.Con le collane di Sonzogno il romanzo d’appendice trionfa così anche in Italia.
Emilio Treves, che fonda la propria impresa nello stesso anno di Sonzogno, propone un modello di editoria più colta. La sua produzione si indirizza alla borghesia acculturata, pubblicando autori italiani come Verga e De Amicis, il quale sforna best sellers come Cuore (1886).

 

 

La Rivoluzione industriale

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La cosiddetta età dei lumi, gettò la base per una vera e propria frenesia inventiva grazie all’invenzione della macchina a vapore e di altri tipi di sistemi che vennero a sua volta applicati anche nel mondo della stampa, migliorando e facilitando la produzione di ogni tipo di libro. Grazie a questa situazione, sia l’alfabetismo che il grado culturale della popolazione cresceva sempre di più, e per appagare le menti affamate di conoscenza vennero creati i primi giornali.
La Linotype* (1886) e, successivamente, la Monotype* furono il gran passo avanti nella stampa tipografica. La possibilità infatti di poter produrre vari caratteri e famiglie, in gran quantità e rapidamente, velocizzarono i procedimenti di stampa grazie anche all’invenzione del telaio meccanico, del torchio a carrello, del clichè e il perfezionamento della fotografia che cominciava a sostituire le illustrazioni fatte a mano.
È poi nel ‘900 che vengono costruite le macchine da stampa di tipo industriale: le rotative, le macchine per stampa offset.
Il ruolo principale nello sviluppo dell’arte tipografica è dato dalle applicazioni delle tecniche fotografiche che danno il modo di stampare immagini a colori: dal dopoguerra nasce la stampa a colori.
Il procedimento delle stampe a colori si basa sulla quadricromia consistente in 4 pellicole corrispondenti ognuna ad un colore (cyan, magenta, giallo e nero) ricavate dalla riproduzione selettiva delle immagini a colori attraverso un’opportuna filtratura dei colori complementari e per mezzo di una retinatura indispensabile a dare tutte le sfumature di colore presenti nell’immagine originale.
Le 4 pellicole così realizzate, vengono messe a contatto con le cosiddette lastre (plates) dalle quali, attraverso un opportuna foto-incisione, vengono ricavate le matrici di stampa da montare sui rulli delle macchine offset.
Le tecniche di riproduzione fotografica vengono applicate anche per la costruzione di un’altra grande invenzione quale è la fotocompositrice che fa abbandonare le precedenti monotype e linotype. La fotocompositrice permetteva di realizzare veri e propri testi visibili su un monitor permettendo inoltre di effettuare eventuali correzioni immediate prima di stampare il tutto da montare poi su fogli di acetati, pronti per essere riprodotti.

 

Il 1900

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Per tutto il ‘900 si assiste quindi ad un velocissimo processo di trasformazione nella stampa e negli ultimi anni del secolo irrompono i sistemi digitali che stravolgono ancora una volta le industrie di arti grafiche che, per restare competitive in termini di velocità e qualità, investono grosse somme di denaro per l’acquisto di nuovi macchinari e per l’addestramento dei dipendenti impegnati nel loro utilizzo. Alla fine degli anni ‘80 nasce l’editoria elettronica. Tutto quello che veniva realizzato da un grafico di una tipografia, impaginazione, scontornature, montaggio, controllo del colore di stampa ecc. poteva finalmente essere fatto in tempi rapidissimi dal computer.
Nel 1990 la Apple di Steve Jobs lancia il MacIntosh LC (LC = low-cost = basso costo). Un computer con modalità d’uso altamente intuitive per l’editoria elettronica (desk top publishing) che da quel momento in poi stravolgerà la stampa negli ultimi 10 anni del XX secolo.
L’uso di un’ infinita disponibilità di caratteri che possono essere trasformati per crearne di nuovi e più fantasiosi, la possibilità di poter impagina- re interi lavori da stampare controllando sul monitor ogni più piccola variazione, la possibilità di poter già inserire nell’impaginato elettronico le immagini in file opportunamente scannerizzate, non fanno altro che aumentare la velocità di produzione degli stampati aumentandone per- tanto la quantità stessa.
Quark Xpress, Illustrator, Corel Draw, Photoshop e altri programmi di impaginazione e trattamento dell’immagine, diventano i software indispensabili per qualsiasi tipografia (che ormai viene chiamata stamperia) anche se sono poi le stesse case editrici ad esserne attrezzate, con l’impiego di grafici interni, per avere più controllo sul lavoro da realizzare.
Le impaginazioni possono essere teletrasmesse agli autori per le correzioni o alle stamperie per avere le prove di stampa. Inoltre, fanno il loro ingresso le macchine da stampa digitali che danno la possibilità di abbassare i costi di stampa per piccole tirature stampate con inchiostro a toner.
Gli editori si attrezzano per le stampe on-demand ovvero libri stampati solo su richiesta, evitando in tal modo spreco di copie destinate al macero o al “mercato del sottoprezzo”.

 

Le nuove frontiere nella stampa

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Le innovazioni tecnologiche nei processi di stampa, ormai non si arrestano.
Apple e Microsoft, le principali case produttrici di software sfornano con una cadenza mensile nuove applicazioni e loro aggiornamenti che rendono la vita di grafici, editori e stampatori, sempre più facile.
Le grosse case costruttrici di macchine da stampa fanno altrettanto. Ecco di seguito alcune note sulle ultime frontiere della stampa: Lan e wan, ovvero la possibilità di poter far dialogare tra loro più computer e tutte le relative periferiche, anche fuori sede, tra una stamperia ed un ufficio grafico editoriale distanti anche da un capo all’altro del mondo, hanno contribuito anch’esse alla velocizzazione dei flussi di lavoro bypassando le spedizioni postali di pellicole, immagini, testi in bozze ecc. Acrobat: E’ il software che permette di far leggere qualsiasi documento fotografico o di solo testo, in PDF (Portable Document File) su qualsiasi computer, su qualsiasi sistema operativo (Window, Apple, Linux) In termini pratici ciò significa poter “dialogare” con estrema faciltà tra un ufficio grafico ed una stamperia: tra mittente e destinatario non si verificano più incompatibilità di lettura dei files, dimenticanze di allegate cartelle dei fonts, variazioni di colore in stampa rispetto all’originale.
Quando il software sarà perfezionato in ogni sua piccola lacuna attuale sarà il punto di arrivo ed il punto di partenza di un nuovo periodo della storia della grafica e della stampa.
E-Book: stanno nascendo case editrici on-line che vendono libri su CD o in file, dando poi al lettore la possibilità di stampare o meno quello che gli interessa. Alcuni libri sono scaricabili da internet addirittura gratuitamente. Ovvio, forse questo non fa bene alle stamperie, ma queste stesse strutture potranno riposizionarsi nel mercato attuando strategie fondate su altri servizi necessari per l’editoria elettronica che gioverà all’ambiente.

 

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